Con le primarie PD si chiude il tempo degli alibi

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Domenica scorsa, 30 aprile, si sono celebrate le primarie del Partito Democratico. Comunque la si pensi, elettori e simpatizzanti, al netto delle infiltrazioni, hanno scelto in maniera estremamente chiara una linea politica, ancor prima che un leader. Re-incoronando Matteo Renzi hanno scelto di continuare a perseguire le politiche che il suo governo ha messo in atto. Una scelta politica che per alcuni, come me, andrebbe fatta risalire a tempi già precedenti al renzismo, ma che comunque è stata confermata, con ampissima maggioranza, domenica scorsa.

La scelta è chiara e definitiva, e gliene va dato atto.

Il Partito Democratico ha scelto di proseguire, per esempio, sulla strada tracciata dal Jobs Act e dall’abolizione dell’articolo 18, che nelle aziende con più di 15 dipendenti ha portato ad un incremento dei licenziamenti per motivi disciplinari del 64,9% rispetto al 2015, prima cioè dell’entrata in vigore delle nuove norme. O, ancora, sulla strada del massimo sfruttamento possibile delle energie fossili, sintetizzato dagli articoli 36 e 38 dello Sblocca Italia che promuovono la creazione di grandi infrastrutture per permettere il transito e l’accumulo di gas proveniente dall’estero, e facilitano e incoraggiano le attività di estrazione di petrolio e gas sul territorio nazionale. Si è scelta l’opzione dei grandi affari geopolitici, con grandi investitori finanziari internazionali e regimi come, per esempio, quelli azero e saudita. Si è scelto di proseguire sull’incentivazione del modello aziendale di scuola; dei principi ispiratori della riforma costituzionale, respinta il 4 dicembre scorso; della privatizzazione del patrimonio pubblico e dei servizi offerti dalla pubblica amministrazione, anche ritardando la piena attuazione del referendum sull’acqua pubblica tenutosi nel 2011. Oppure, infine, la visione veicolata dal decreto Minniti in tema di migranti, povertà e sicurezza urbana. Sono queste le scelte politiche che, piacciano o meno, il popolo delle primarie del PD ha sancito con il voto del 30 aprile.

Oggi, ogni schema politico preesistente si azzera e altri, nuovi, vanno ridefiniti. Mi sento, quindi, di rivolgere un invito alle elettrici e agli elettori, a tutte le realtà politiche, civiche o associative, in particolare se idealmente riconducibili all’area che fu di centrosinistra: per favore, ognuno faccia la propria scelta, altrettanto chiara e definitiva come è stata quella del PD, perché è finito il tempo degli alibi.

Noi che due anni fa abbiamo dato vita all’esperienza de L’Altra Puglia, noi che oggi siamo impegnati in questa tornata elettorale con Lecce Bene Comune e con il nostro candidato sindaco, Luca Ruberti, abbiamo fatto la nostra scelta, ugualmente chiara ed ugualmente definitiva: noi, con quelle politiche, non abbiamo e non vogliamo avere assolutamente nulla a che fare. Ora è il tempo che tutti si esprimano e si schierino in maniera altrettanto netta.

Mi rivolgo, in particolare, a tutti coloro che continuano ad agitarsi nel limbo delle anime orfane del Partito, a tutti quelli che “il centrosinistra…”, alle donne e agli uomini che ancora pensano di poter controbilanciare l’egemonia democratica nelle coalizioni elettorali e influenzarne le scelte. Le primarie del 30 aprile hanno definitivamente relegato questo tipo di argomentazioni nella categoria degli alibi e di fronte alla drammatica situazione sociale che abbiamo sotto gli occhi, in Europa, in Italia e anche a Lecce, penso che chiunque si interessi di politica, ancor più se in un’area che, indipendentemente se a torto o a ragione, si definisce di sinistra, debba avvertire il dovere di liberare il campo da ogni barocchismo: o con quelle politiche o lontani da esse. No way out, nessuna via d’uscita: è il tempo di scegliere.

Poi c’è anche un altro ragionamento che ricorre spesso in queste circostanze, quello secondo cui un voto amministrativo sarebbe differente dal voto politico. No, non è così. Questo è un inganno retorico. Quando un comune è chiamato a decidere se autorizzare dei lavori, sul proprio territorio, per la realizzazione di un’opera che porterà soldi pubblici in tasche private – soprattutto se criminali, come per il TAP –, è chiamato ad una scelta politica, non amministrativa. Quando si decide di regalare un bene pubblico alla rendita privata del turismo di lusso – come nel caso dell’ex Galateo –, è di nuovo una scelta politica, non amministrativa. Lo stesso vale per la distruzione di una testimonianza del passato della città – nell’area dell’ex caserma Massa – per far spazio ad un parcheggio privato, con tanto di aumento delle tariffe della sosta pubblica, per non sottrargli clienti. Così come sarebbe politica, e non amministrativa, la scelta di spendere soldi pubblici per smontare un’opera, pur effettivamente indecente come il filobus, quando non si riescono a reperire le risorse per dare risposte ad emergenze molto più pressanti, come dare un tetto a chi lo ha perso o non se lo può più permettere, oppure restituire dignità ed ossigeno a chi ha perso il lavoro o ha dovuto chiudere la propria attività. No, la città, soprattutto se capoluogo di provincia, non è un condominio e le scelte del suo governo sono politiche, non amministrative.

Allora, ognuno ha il diritto di fare le proprie scelte, ma nessuno ha più il diritto di nascondersi dietro qualunque forma di alibi.

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