Anche io, certo, avrei potuto arrendermi. Invece mi candido

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Avevo più o meno 15 anni. Quel giorno ero felice. Mio cugino, più grande di me, mi aveva portato con sé, e ogni volta che accadeva io ero felice. Entrammo in un teatro. Era pieno di persone. Sul palco c’era un tavolo, dove erano seduti alcune donne e alcuni uomini, e un podio da cui questi si alternavano a parlare. Ad un certo punto, da quel podio, si affacciò un signore già un po’ avanti con gli anni. All’inizio si rivolse al pubblico con voce calma, sicura. Iniziava ogni suo ragionamento con “Compagne e compagni…”. Ma più andava avanti nel discorso e più le vene del suo volto si gonfiavano, inondando i suoi occhi di passione e speranza.

Quel signore si chiamava Pietro Ingrao. Era un Uomo, un Partigiano, un Compagno che voleva la luna.

Da quel giorno, quelle vene e quegli occhi non mi hanno mai più abbandonato. Sono entrati a far parte di me, del mio modo di essere, del mio modo di vivere e del mio modo di rapportarmi con il mondo che mi circonda. Da quel giorno mi sono appassionato alla politica e non sono più riuscito a liberarmene. Mi sono informato, ho studiato, approfondito, dibattuto, litigato. Certo, neanche lui è riuscito a convincermi ad iscrivermi ad un partito, mai. Ma da quel giorno, la sua passione e la sua speranza hanno cominciato a scorrere anche nelle mie vene. E continuano a farlo…nonostante tutto.

Già, nonostante tutto. Perché oggi di anni ne ho quasi 48 e da quel giorno ho visto succedere tante cose. Ho visto muri cadere per poi rialzarsi altrove, più numerosi e odiosi che mai. Ho visto disprezzare e mortificare quella stessa fatica che si affermava di voler difendere. Ho visto odiare la bellezza e la generosità dell’unico pianeta di cui, ad oggi, disponiamo. Ho visto del denaro virtuale devastare e stroncare vite reali, di qualunque tipo o forma, con una violenza ed una indifferenza senza pari. Ho visto rappresentanti tradire e derubare rappresentati. Ho visto chi aveva giurato sulla Costituzione sottrarre la sovranità ed il potere al popolo, per consegnarli ad avide compagnie d’affari multinazionali. E ho visto criminalizzare e reprimere chiunque provasse a dissentire, a sollevare la testa, a urlargli che stavano sbagliando tutto, così come in effetti stava accadendo.

Ma nessuno di quei momenti andrà perduto nel tempo, come lacrime nella pioggia. Ma non è ancora il tempo di morire.

Di fronte a tutto ciò, in tanti, troppi, si sono arresi, consegnati, fino a divenire complici. Anche io, certo, avrei potuto arrendermi. E probabilmente avrei avuto tutto da guadagnarci. Ma quelle vene e quegli occhi, incrociati più di trent’anni fa, me lo hanno impedito.

Eppure, in tutti questi anni hanno provato a sedurmi, normalizzarmi, manganellarmi, comprarmi, ricattarmi, disinnescarmi, intimidirmi, anestetizzarmi, omologarmi, zittirmi. Ci hanno provato eccome. Ma non ci sono riusciti.

Certo, anche io, come tanti, troppi, avrei potuto arrendermi. Devo confessare che due anni fa anche io ero quasi sul punto di passare tra i tanti che, disgustati, fanno la scelta di non andare a votare. Una resa, anche quella. Parziale, ma una resa. Parziale, ma una morte.

Poi, per fortuna, mi capitò di imbattermi in un gruppo di folli che, come me, non volevano arrendersi. Nacque un’associazione, L’Altra Puglia, che si presentò alle regionali, fuori da ogni schieramento o schema tradizionali. Un’esperienza a cui anche io, pur senza candidarmi, ho dedicato tutto me stesso. La mia passione e la mia speranza. Quelle vene e quegli occhi.

Ok, va detto, il risultato fu a dir poco modesto. Qualcuno ci ha deriso e qualcuno si è lasciato demoralizzare. Nel frattempo, però, molti altri sono giunti alle nostre stesse conclusioni e quella follia ha cominciato a diventare contagiosa.

L’11 giugno a Lecce, la città in cui ho scelto di vivere, si voterà per rinnovare il Consiglio comunale. Su quella scheda troverete il nome di un candidato sindaco la cui passione, dedizione, generosità e storia sono inattaccabili. Quel nome è: Luca Ruberti. A sostegno di quel candidato sindaco troverete una lista, un’associazione, un movimento politico. Si chiama Lecce Bene Comune. Una comunità di spiriti liberi che come me rifiutano di arrendersi, convinti come siamo che una società in cui 8 individui possono disporre della stessa ricchezza di 3 miliardi e mezzo di persone, e di più potere dell’intero genere umano messo insieme, sia una società profondamente sbagliata frutto di precise scelte compiute da donne e uomini in carne ed ossa, non un’opera divina o un’inevitabile calamità naturale.

Noi, Lecce Bene Comune, siamo un gruppo di donne e uomini convinti che in una società giusta, e in una Città Giusta, il patrimonio di tutte e tutti, i beni comuni, non possano continuare ad essere regalati a pochi e già abbondantemente ricchi individui, ma che debbano necessariamente essere messi a disposizione del benessere e della felicità dei loro legittimi proprietari: tutte e tutti. Ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni.

E tra i nomi di quelle donne e quegli uomini, compagne e compagni, che compongono la lista di Lecce Bene Comune troverete anche il mio: Maurizio Pascali.

Perché anche io, certo, avrei potuto arrendermi. E invece mi candido.

CREDITS

Massimo rispetto per CHEKOS’ART e la bellezza che regala alle strade delle nostre vite.

Un enorme grazie, per la pazienza ed il coraggio di fotografare un soggetto simile, a PH Mveronica.

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