Che mangino TTIP! La devastazione agroalimentare alle porte

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Avete presente Banderas che dialoga amabilmente con le galline? Ovviamente, tutti sappiamo trattarsi di una finzione creativa (il che è anche rassicurante sulla salute mentale di Banderas), funzionale ad un certo tipo di caratterizzazione di un marchio. Qual è questa caratterizzazione? Il marchio in questione sceglie di connotarsi come rispettoso della natura e delle tradizioni. Al di là della effettiva rispondenza al vero o meno di questa scelta comunicativa, è interessante comprenderne il motivo: “naturale” e “tradizionale”, nel nostro immaginario collettivo, sono immediatamente associati a “sano” e “buono”.

In realtà, va detto, all’interno del mondo agroalimentare, la scienza resta divisa sull’automatismo di questa associazione, a volte con toni anche molto aspri. E così, a seguire, agrindustria vs coltura tradizione, OGM vs biologico/biodinamico, ecc. Come conseguenza di queste divisioni anche le legislazioni hanno sviluppato approcci differenti nel regolamentare un mercato, quello agroalimentare, che per evidenti motivi resta comunque il più importante dell’intera economia globale. Grande mercato, grandissimi interessi in campo.

Come pochissimi sanno, da un paio di anni sono in corso trattative blindatissime per definire un trattato commerciale di libero scambio tra Stati Uniti ed Unione Europea. Una sigla apparentemente innocua, buttata lì, l’ennesima goccia nell’oceano degli acronimi: TTIP. Dietro questa sigla si cela una denominazione che, ugualmente, non fornisce grosse informazioni sui contenuti, pur lasciando trasparire un certo rilievo: Partenariato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti. Ed è dietro questo nome che si cela un monstrum destinato a sconquassare ogni aspetto della nostra vita quotidiana.

Restiamo all’agroalimentare. Le questioni in discussione tra USA e Europa non riguardano tanto l’eliminazione dei dazi doganali, quanto le barriere definite non-tariffarie. Vale a dire l’armonizzazione tra le legislazioni differenti rispetto alla produzione, e le tutele differenti dei consumatori. Negli Usa il Toxics Substance Control Act del 1976 (Tsca) chiama l’Environmental Protection Agency (agenzia del governo federale che si occupa della protezione dell’ambiente e della salute) a dimostrare che i prodotti chimici immessi sul mercato siano sicuri, ma non impone alle industrie produttrici di fare lo stesso. Secondo l’approccio, definito “fondato sulla scienza”, è inoltre necessario provare che il prodotto è nocivo per la salute prima che possa essere ritirato. In Europa, invece, il regolamento Reach, varato nel 2006, è basato sul “principio di precauzione”: quando è possibile reperire sul mercato sostanze innocue alternative ad una considerata high concern, ad alta tossicità per esempio, questa deve essere rimpiazzata. In sostanza, spetta al produttore dimostrare che un prodotto non è nocivo per la salute. Un principio, quello di precauzione, che vale anche per i lavorati chimici e quindi, a livello di agricoltura, per i pesticidi.

Queste legislazioni differenti, oltre a testimoniare approcci differenti alla problematica, rivelano soprattutto una differente strutturazione del sistema produttivo. Se infatti un’azienda agricola in Europa ha in media 12 ettari, negli Stati uniti ne ha 180. L’Europa vede protagonisti i piccoli produttori, al massimo consorziati, mentre negli Stati Uniti sono le grosse multinazionali agro-chimiche a farla letteralmente da padrone. Alla luce di questa strutturazione, l’Europa finora si era mossa in direzione della tutela della qualità e della territorialità delle produzioni, con una stretta regolamentazione dei marchi e delle denominazioni di origine dei prodotti, le certificazioni Dop e Igp, e dei relativi rigidi disciplinari di produzione. Uno strumento fondamentale, in questa direzione, è l’etichettatura. Fornire al consumatore informazioni estremamente chiare lo coinvolge in un meccanismo che, in questo modo, diventa di autotutela. In pratica, viene messo il consumatore nelle condizioni migliori per potersi informare su ciò che mangia. Gli USA, al contrario, sono andati nella direzione della massima libertà nell’etichettatura. Per fare un esempio, un produttore americano può tranquillamente denominare il proprio prodotto “Parmigiano”, pur non avendo mai neanche trascorso una vacanza dalle parti di Parma.

Stesso discorso rispetto alla questione OGM vs agricoltura biologica. Negli Stati Uniti circa il 70% dei cibi lavorati e venduti nei supermercati contengono ingredienti OGM, senza alcun obbligo di indicazione in etichetta. In Europa ogni cibo che include quelle ridotte quantità di OGM ad oggi tollerate dovrebbe avere una chiara indicazione sull’etichetta. Per quanto riguarda la produzione biologica, da noi è richiesta l’osservanza di una specifica regolamentazione, al contrario degli USA. Per comprendere l’importanza della dicitura “da agricoltura biologica” in etichetta, da un lato occorre richiamarsi all’automatismo mentale di cui parlavo all’inizio, dall’altro occorre considerare il maggior costo (di produzione e quindi di vendita) dei prodotti biologici. Cancellare o svuotare il significato dell’indicazione in etichetta vorrebbe dire lasciare il consumatore davanti ad un prodotto decisamente più costoso, senza fornirgliene giustificazioni evidenti.

Torniamo, quindi, alla valutazione degli impatti del TTIP sul settore agroalimentare. Alla luce dei raffronti citati, se come sembra (e come avviene negli altri trattati simili già operanti nel mondo) la cosiddetta armonizzazione delle legislazioni di USA e UE dovesse sostanziarsi nell’adozione della normativa, tra le due, maggiormente permissiva, allora risulta evidente come questo accordo si tradurrebbe in una drammatica devastazione di questo settore nel campo europeo. Il gigantismo dei players americani (multinazionali) spazzerebbe via inesorabilmente le nostre piccole produzioni. La tutela del consumatore europeo verrebbe completamente svuotata. L’intera (o quasi) galassia di produzioni che oggi possono vantare il sigillo di qualità delle certificazioni, sia geografiche che biologiche, verrebbe totalmente annientata.

Per avere un metro della devastazione forse è utile fornire qualche dato esemplificativo.

Secondo il 6° Censimento generale dell’Agricoltura, redatto dall’ISTAT, sono 45.167, in tutta Italia, le aziende che al 24 ottobre 2010 risultano adottare metodi di produzione biologica per coltivazioni o allevamenti. Di queste, 43.367 applicano il metodo di produzione biologico sulle coltivazioni mentre 8.416 lo adottano per l’allevamento del bestiame. Sono invece 6.616 le aziende che utilizzano metodi di produzione biologica sia per le coltivazioni che per gli allevamenti. Solo in Puglia, la mia regione, sono più di 5 mila le aziende agricole che operano nel biologico, per un totale di quasi 120 mila ettari di coltivazione, la maggior parte dei quali a cereali e, ovviamente, sua maestà l’ulivo, che regna incontrastato nel Salento con circa 10 mila ettari. Sono 368 le aziende pugliesi con allevamenti biologici certificati.

Secondo lo stesso censimento, inoltre, le aziende che alla data del 24 ottobre 2010 hanno coltivazioni e/o allevamenti certificati DOP/IGP sono 180.947 in tutta Italia, l’11,2% delle aziende agricole totali. Questo valore comprende anche le aziende che producono uva per la produzione di vini DOC/DOCG. Come per il settore biologico, la maggior parte delle aziende DOP/IGP investe su coltivazioni (152.012 unità, pari al 9,4% delle aziende in complesso con SAU). Le aziende con allevamenti certificati sono 31.254 (14,4% delle aziende in complesso con allevamenti). In Puglia sono più di 14 mila le aziende con coltivazioni o allevamenti DOP o IGP, con netta prevalenza delle province di Lecce e Taranto.

Stiamo parlando quindi di centinaia di migliaia di aziende in tutta Italia, più o meno ventimila solo in Puglia. Aziende con titolari e rispettive famiglie, dipendenti e rispettive famiglie, fornitori e rispettive famiglie. C’è quindi una domanda alla quale, io e la stragrande maggioranza di noi tutti, non siamo nelle condizioni di rispondere, vista l’inespugnabile fortificazione che circonda i contenuti del trattato: il TTIP si occuperà anche di questa marea umana che rischia di essere ridotta sul lastrico, o si preoccuperà soltanto dei grandi interessi delle potenti multinazionali (che invece hanno libero accesso ai negoziati in corso)? E per quanto riguarda la tutela della nostra salute, rispetto a ciò che mangiamo, beviamo, respiriamo, cosa prevede il TTIP?

Domande che sarebbe il caso di girare ad ogni singolo parlamentare europeo che tra meno di un mese sarà chiamato ad esprimere il proprio voto sul Partenariato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti, il TTIP. Ammesso che a qualcuno di loro interessi. E se no, anche loro, come me, voi, Banderas e le galline…che mangino TTIP!

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