#14N. Il mio #scioperosociale fuori dall’intimità.

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Qualcuno probabilmente saprà già che ho recentemente aperto una vertenza di lavoro nei confronti del PD di Lecce, dell’On. Salvatore Capone e dell’On. Teresa Bellanova.

Non ho nessuna intenzione, in questa sede, di entrare nel dettaglio di quella vicenda, essendo appunto ormai instradata su un percorso giudiziario.

Quello di cui invece vi vorrei parlare è di un aspetto personale, intimo, sicuramente legato a quella vicenda, ma molto più ampio e che motiva la mia adesione allo sciopero sociale del 14 novembre.

Nel corso di un’intervista legata a quella vicenda, ad un certo punto, il giornalista mi ha chiesto se mi sentissi sfruttato. Ed io gli ho risposto di sì.

Ho ripensato mille volte a quella risposta ed ogni volta mi ha lasciato un amaro retrogusto di insoddisfazione. Sia chiaro, lo confermo, mi sento sfruttato. Ma questa sensazione non definisce in maniera esaustiva il livello di coinvolgimento (ribadisco) personale, intimo, in quella vertenza.

Provo a spiegarmi meglio.

Probabilmente la domanda centrale che mi sono posto è: è stata quella sensazione di sfruttamento a motivarmi nell’intraprendere questa vertenza?

La risposta è no. Perché? Perché dopo 27 anni di precarietà, questa ti penetra talmente in profondità da imparare, come necessità esistenziale, perfino a convivere con quella sensazione di sfruttamento. Si tratta di quella condizione che Guy Standing associa al denizen, soggetto a cittadinanza limitata, contrapposto al citizen, soggetto a pieno diritto.

Ecco, è proprio questo il nodo cruciale. A motivarmi nell’intraprendere quella vertenza è stato proprio il fatto che per la prima volta, dopo 27 anni, mi sono sentito finalmente citizen. Per la prima volta, dopo 27 anni, mi sono trovato di fronte a quello che considero un mio diritto. Mio.

Fin dalla nascita della mia passione politica (avevo 14 anni quando rimasi folgorato da un comizio di Pietro Ingrao) ho sempre sostenuto battaglie in difesa dei diritti dei lavoratori. Diritti, però, di cui non ho mai potuto godere personalmente. Nella mia lunga traversata di tutte le sfumature del grigio del lavoro precario, non mi era mai capitato di ritrovarmi faccia a faccia con qualcosa che potesse assomigliare ad un diritto, tutto mio.

Per la prima volta ho avvertito la splendida sensazione di essere finalmente titolare di un diritto, di potermi considerare finalmente citizen, ed ho deciso che lo avrei difeso con le unghie e con i denti.

Certo, rispetto alla vicenda specifica, non resta che aspettare che sia un giudice a dirmi se si tratti effettivamente di un diritto o, piuttosto, di un’ennesima illusione. Ennesima, perché l’illusione è, allo stesso tempo, la materia di cui è fatta la precarietà ed il peggior nemico quotidiano di un precario. L’illusione di poter migliorare un giorno la propria condizione. L’illusione di avere diritti. L’illusione di potersi considerare cittadini come tutti gli altri. L’illusione di potersi considerare persone come tutte le altre.

È proprio per questo motivo che avverto la necessità di iniziative come quella del 14 novembre. Perché l’unica possibilità di fuoriuscire definitivamente dall’area dei soggetti a cittadinanza limitata è quella di fare in modo che, tornando a Standing, quella classe in (perenne) divenire, il precariato, possa finalmente (realmente) divenire.

Un precario resterà sempre un cittadino parziale, escluso, finché si continuerà ad affidare la tutela dei suoi diritti ad insensati “eroismi” individuali. Finché la “scelta” continuerà ad essere tra 4 euro al giorno, pur senza tutele, senza diritti e senza futuro, e zero euro, non ci sarà mai niente di sensato nello scegliere la seconda opzione. Finché continuerà ad esserci un esercito di denizen alla disperata caccia di un posto di lavoro, non ci sarà mai nulla di sensato nell’abbandonarne uno.

Il male vero della precarietà è proprio nella sua caratteristica di intimità. La precarietà è una condizione esistenziale che ti stravolge nel profondo, espellendoti dall’area della dignità, dei diritti. L’unica via d’uscita possibile è divenire classe, lottare per garantire le condizioni affinché le scelte esistenziali possano essere realmente libere, e non ingabbiate in un’intimità coatta.

Aderisco al #socialstrike per costruire una visione nuova che tuteli i precari tanto da quella ideo-logia che li vuole denizen, quanto da quella ideo-patìa che li condanna all’eroismo ed alla solitudine dell’intimità.

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