Mi si nota di più se Expo o non Expo?

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Logo Expo_Milano_2015Raffaele Cantone, il magistrato presidente dell’autorità anti-corruzione e neo-supervisore dell’Expo 2015, ha detto che cancellare la manifestazione sarebbe una sconfitta della democrazia contro l’illegalità.

In Italia abbiamo visto cellule dei servizi segreti partecipare alla pianificazione di colpi di Stato; ne abbiamo viste altre infiltrarsi in organizzazioni terroristiche per costruire la strategia della tensione. In Italia abbiamo visto i più importanti partiti politici “istituzionalizzare” uno scientifico sistema di mazzette allo scopo di finanziarsi (e arricchirsi). Abbiamo visto lo Stato (nelle sue più alte sfere) trattare con la Mafia, calpestando e condannando a morte, di fatto, magistrati, imprenditori, giornalisti e cittadini, che avevano dedicato la propria vita a combattere quella piovra. Abbiamo sentito cricche para-statali ridere di immani tragedie, per noi, portatrici di lauti guadagni, per loro. E abbiamo visto un Presidente della Repubblica e quello del Consiglio contrattare le riforme istituzionali con un pregiudicato.

E questo solo per restare ai casi più eclatanti, senza penetrare in profondità nella ramificazione capillare di quel sistema di illegalità che ci accompagna quotidianamente dalla culla alla tomba. Dal pass-auto per le ZTL, ai bandi degli enti locali; dagli incentivi pubblici “mirati”, ai finanziamenti per la formazione, alla maxi-spartizione del sistema sanitario.

Quello, però, che realmente mi terrorizza è il pensiero di cos’altro debba succedere prima di riconoscere una sconfitta, prima di riconoscere che in Italia chi sceglie di restare nei confini della legalità parte ad handicap.

Mi chiedo, allora, se un gesto come quello di cancellare l’Expo non sarebbe molto più netto e rivoluzionario, nella guerra alla legalità, rispetto a questa eterna e perdente politica del cacciavite. Come Bettino Craxi, al momento dell’arresto di Mario Chiesa, oggi continuiamo a cercare di nascondere le teste (le nostre) sotto la sabbia della teoria delle mele marce e delle responsabilità personali. L’illegalità, invece, è un cancro che pervade in maniera drammatica il nostro organismo sociale, e che richiede gesti drastici, dichiarazioni di guerra inesorabili.

Possibile che non si riesca a cogliere la grande sensazione di riscatto che la parte sana, quella che nei grandi come nei minimi eventi parte (quando parte) sempre svantaggiata, proverebbe nel veder fermare, per la prima volta, questa mostruosa giostra? Non pensate che una scelta del genere rappresenterebbe un incredibile moltiplicatore di motivazioni per l’intera area della legalità, l’unica meritevole di tutela?

Sappiamo che per liberarsi da una dipendenza, che sia alcool o droga, occorre prima di tutto riconoscere perentoriamente il problema. Sappiamo che per superare un lutto si deve necessariamente partire dalla sua accettazione. Sappiamo che se si vuole avere una speranza di sconfiggere un cancro occorre estirparlo alla radice.

E allora perché non riconoscere questa sconfitta? Perché non elaborarla per riorganizzare il campo? Perché non tracciare una trincea netta, di qua la legalità e di là la montagna di merda?

Una volta per tutte.

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