L’euro è solo avanspettacolo. Mai sentito parlare del TTIP?

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Alzi la mano chi ha almeno sentito nominare il TTIP.

Pochini eh…

TTIP è un altro di quei mefistofelici acronimi, tramite i quali il (corto)circuito mediatico-politico riesce ad amalgamare i mille ingredienti della realtà nell’indistinguibile brodo dell’insofferenza. TTIP sta per Transatlantic Trade and Investment Partnership.

Tranquilli, non ho nessuna intenzione di parlare di SCII KIMIKI!!1!1!

Il 13 febbraio 2013 il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, e i leader dell’Unione Europea si sono impegnati ad avviare negoziati per un Accordo Transatlantico per il Commercio e l’Investimento (TTIP), noto anche come TAFTA (Accordo transatlantico per il libero commercio). Un primo round di negoziati si è tenuto a porte chiuse nel luglio 2013, da allora gli incontri si sono moltiplicati (sempre rigorosamente a porte chiuse) ed entrambe le parti mirano a concludere le trattative entro la fine del 2014.

Ma di cosa si tratta?

Cercare di capire cosa questo accordo potrà prevedere è tutt’altro che semplice.

Sul sito della Commissione europea c’è una pagina dedicata al TTIP, una pagina che ne declama le “magnifiche sorti e progressive”, ma se cercate di approfondirne i contenuti vi ritroverete catapultati in uno spazio-tempo parallelo costituito da un’intricata trama di link e comincerete a rimbalzare tra documenti zeppi di astratte affermazioni di principio ed ulteriori rimandi. Un viaggio ai confini dell’universo della retorica che per la maggior parte di noi rischia di rivelarsi senza ritorno.

C’è però chi ha provato a districare questa psicotica matassa, e il quadro che ne viene fuori è tutt’altro che rassicurante. Il report dall’ironico titolo “Una Mirabile Partnership Trans-Atlantica” è un’analisi preliminare delle implicazioni socio-economiche, ambientali e geo-politiche di tale accordo commerciale. “Preliminare”, perché l’intero iter di elaborazione del TTIP si sta svolgendo all’interno di una sorta di bunker informativo. Un bunker, a quanto pare, accessibile soltanto ai rappresentanti delle più fameliche lobby globali, ufficialmente invitate a discuterne, ma dal quale viene totalmente esclusa l’opinione pubblica. Una stanza dei bottoni da cui poco o nulla viene lasciato trapelare, e quando questo accade subentra la censura (quasi) totale che il (corto)circuito mediatico-politico riserva a questo argomento.

L’idea di base è semplice, si tratta dell’istituzione di un’area di libero scambio tra Europa e Stati Uniti. A prima vista sembrerebbe quasi banale: si eliminano i dazi doganali, ed il gioco è fatto. Non è così. L’arma letale è l’eliminazione delle cosiddette barriere non tariffarie, vale a dire l’armonizzazione delle regolamentazioni differenti che UE e USA applicano ai singoli mercati. L’armonizzazione, a quanto ci è dato di sapere, consisterebbe nella scelta, mercato per mercato, della legislazione più permissiva tra le due, una specie di massimo comune denominatore.

Provo ad addentrarmi un po’ più nello specifico. L’Unione europea ha sempre privilegiato il principio di precauzione (nel dubbio si tende a tutelare gli interessi della parte più debole, cioè cittadini, consumatori e ambiente), soprattutto in settori come l’agricoltura, l’alimentazione, la chimica, la farmacologia, l’energia o le comunicazioni, i servizi pubblici (a partire dalla sanità), solo per fare alcuni esempi. Negli USA l’approccio regolatorio, rispetto a questi mercati, è esattamente opposto, in un certo senso è ribaltato l’onere della prova. Se nella UE un’azienda alimentare immette sul mercato un nuovo prodotto, e vengono sollevati fondati argomenti sul rischio che può comportare per la salute, è l’azienda ad essere chiamata a dimostrare con la massima certezza scientifica l’infondatezza di questi sospetti. Negli Stati Uniti, invece, chi solleva dubbi è tenuto a fornire prove improntate al massimo rigore scientifico. Vale a dire che, affinché si possa sospendere la somministrazione dell’alimento incriminato, non basta che dieci persone che lo hanno assaggiato abbiano accusato gli stessi problemi di salute, si deve anche dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio che sia esattamente e soltanto quella la causa.

Il principio di precauzione, naturalmente, si esplica in diverse forme all’interno delle regolamentazioni. Per esempio, negli USA non esistono gli obblighi stringenti che vigono in Europa rispetto all’etichettatura dei prodotti. Questo vuol dire che se il TTIP entrasse in vigore nelle forme individuate dal citato report, non soltanto i prodotti OGM, al contrario di quanto previsto oggi nella UE, potrebbero essere tranquillamente commercializzati o utilizzati in agricoltura, ma non sarebbe neanche necessario indicarlo in etichetta. Per non parlare delle conseguenze devastanti che l’invasione delle grosse corporation agricole biotech avrebbe sui nostri piccoli produttori tradizionali: l’agricoltura, per come l’abbiamo conosciuta finora, verrebbe letteralmente spazzata via. Provate ad immaginare, per esempio, gli ulivi secolari del Salento soppiantati da coltivazioni di soia transgenica destinata alla produzione di biocombustibili: una tragedia.

Se passiamo al settore delle comunicazioni, sappiamo bene che il vero mastodontico business consiste nell’accesso ai dati sensibili, agli atteggiamenti di consumo, alle nostre libere manifestazioni di pensiero e tanto altro. L’Unione europea riserva una discreta tutela alla privacy nelle comunicazioni, ponendo quindi drastiche limitazioni tanto alle prospettive di business dei grandi colossi del settore (social media compresi…), quanto alle tecniche di controllo utilizzabili dai governi. Nel caso dovesse prevalere la legislazione più lasca, quella statunitense, le tutele europee crollerebbero completamente.

Nel settore finanziario, invece, il discorso è ribaltato. Dopo la crisi del 2008, dopo i casi Lehmann Brothers, Fannie Mae e Freddie Mac, la legislazione americana in materia ha invertito la sua tradizionale rotta, quella che ad esempio suggerì a Clinton di rifiutarsi di regolamentare i prodotti di finanza derivata (con le conseguenze che tutto il mondo sta ancora pagando), ed ha quindi conosciuto una stretta senza precedenti. L’Europa, invece, è ancora rigidamente ancorata alla totale deregulation inaugurata da Tony Blair (toh, che caso…proprio Clinton e Blair, i due idoli di Renzi). In questo caso, quindi, a prevalere sarebbero le selvagge regole europee…ovviamente…

Nel report citato è possibile trovare ulteriori approfondimenti sui singoli probabili aspetti del trattato, ma i problemi di fondo, a mio avviso, sono essenzialmente due.

Primo. Questo tipo di accordi, se pur commerciali, vanno in realtà a costituire un sistema regolatorio addirittura sovraordinatoalle legislazioni nazionali democraticamente redatte, così come già accade con il WTO, l’Organizzazione mondiale del Commercio (ricordate Genova? La storia ci ha dato ragione e nessuno ci ha mai neanche chiesto scusa per le mazzate prese!).

Secondo. Un accordo di questa portata, che rischia di stravolgere completamente le nostre quotidianità, si sta costruendo in una situazione di totale esclusione dell’opinione pubblica.

Il 25 maggio prossimo si vota per eleggere il Parlamento europeo e, per la prima volta, per eleggere il nuovo Presidente della Commissione europea. Sappiamo che il Parlamento, il Presidente e la Commissione entranti saranno chiamati, probabilmente entro la fine dell’anno, a decidere in merito all’adozione del TTIP. Di fronte a prospettive di questa portata e rilevanza, nella migliore tradizione del panem et circenses, il nostro glorioso (corto)circuito mediatico-politico manda in onda a tutte le ore il divertentissimo teatrino delle monetine: mi dona più l’euro o la lira? Mi si nota di più se pago in fiorini o in talleri? Se mi ritrovassi senza una lira starei meglio di oggi che non ho un euro? Interrogativi assolutamente esistenziali, in una realtà che vede ogni nanosecondo quantità spropositate di ricchezza spostarsi su e giù per il globo sotto forma di semplici bit. È quella sequenza di apparentemente innocui 0 e 1 ad essere, oggi, la materia di cui è fatta la ricchezza. I mercati finanziari muovono, tra mercati ufficiali e over the count, somme di danaro pari, secondo alcuni calcoli, ad almeno sette volte il PIL mondiale. Parliamo quindi di soldi che in realtà neanche esistono. Oggi, a decidere le sorti del mondo, la vita o la morte delle persone e degli stati, non sono neanche più i soldi, la moneta sonante, ma l’informazione di ricchezza e potere che quelle sequenze di 0 e 1 veicolano.

A noi inutili telecittadini però, nell’approssimarsi di una scadenza elettorale di questa rilevanza, viene somministrato quotidianamente questo insulso teatrino delle monetine. Puro avanspettacolo!

Pretendo (sì sì…pretendo!) che la nostra beneamatagrande informazioneci informi in maniera approfondita su quanto sta avvenendo e costringa tutti gli schieramenti politici in campo (a quanto mi risulta solo L’altra Europa con Tsipras e M5S finora lo hanno fatto) ad esplicitare la propria posizione rispetto allo scenario del TTIP…eche ci venga risparmiato questo ridicolo avanspettacolo dell’euro!

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