Com’era verde la mia austerity

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Oggi la parola austerity identifica quella serie di scelte governative, inscritte nel paradigma ultraliberista (o finanzcapitalista, per dirla con Luciano Gallino), che ha trasformato da un lato la vita delle persone (molte…ma non tutte) in un inferno, dall’altro le istituzioni europee in un moderno tribunale dell’inquisizione.

Per chi come me ha passato i quarant’anni, però, questo termine non è affatto nuovo, pur avendo cambiato radicalmente significato. Nel 1973, in conseguenza della guerra del Kippur, i paesi arabi decisero di adottare una serie di sanzioni nei confronti degli USA e dei paesi europei, come forma di rappresaglia contro l’appoggio dato ad Israele in quell’occasione. In breve, bloccarono il canale di Suez, raddoppiarono il prezzo del petrolio e tagliarono del 25% le esportazioni. L’Italia costruita dal boom economico era un paese ad altissimo consumo energetico che vedeva il paradigma petrolifero farla da padrone. Per molti, quelle sanzioni rischiavano quindi di cancellare in un attimo vent’anni di supersviluppo e di riportare le tenebre su una società ormai abituatasi a standard elevati di qualità della vita.

Il 22 novembre 1973 il governo Rumor IV adottò una serie di provvedimenti per far fronte a quello che venne definito lo choc petrolifero del 1973. il periodo che si aprì in quella data e durò poco più di sei mesi venne definito, appunto, austerity. Il pacchetto di provvedimenti adottato prevedeva diverse misure: la riduzione degli orari di apertura dei locali pubblici; lo spegnimento delle grandi insegne e dell’illuminazione degli esercizi dopo la chiusura; il drastico ridimensionamento dell’illuminazione pubblica; un forte incremento del prezzo della benzina; l’abbassamento dei limiti di velocità sulle strade urbane ed extra-urbane; l’anticipo della chiusura serale delle trasmissioni televisive (risale, per esempio, a quell’epoca il cambio di orario del TG serale della Rai, dalle 20.30 alle 20.00), e altre misure. Ma il provvedimento che sicuramente ha continuato a caratterizzare per tanti anni la memoria collettiva di quel periodo fu il divieto domenicale di circolazione dei mezzi privati, punibile con sanzioni estremamente elevate che potevano arrivare anche al milione di lire (nel 1973…) o addirittura al sequestro del mezzo. Provvedimenti che oggi farebbero la felicità di Latouche.

Io ero molto piccolo all’epoca, avevo solo 4 anni, ma tutt’ora conservo un ricordo fantastico di quelle domeniche. Certo, si sa, il tempo tende ad edulcorare la memoria, ma io in quelle domeniche scoprivo la mia città come non l’avevo mai vista: bella, libera, luminosa, colorata. Sparivano quelle macchine che (pur essendo improponibile un confronto con i livelli attuali di traffico) mi impedivano di giocare spensieratamente per strada e apparivano un sacco di biciclette, pattini, monopattini (lo skateboard non aveva ancora fatto la sua comparsa). Una comunità che a piedi, fuori dalle auto, ritornava pienamente visibile. Ovviamente, per un bambinetto come me, quello era un mondo da favola. Per me, fino ancora a pochi anni fa, la parola austerity è stata sinonimo di felicità. Com’era verde la mia austerity.

Poi è arrivata la Troika…….

Sarebbe interessante capire, da chi ha le competenze e i mezzi necessari per approfondire, se una equivalente risposta energetica alla crisi non potrebbe essere preferibile a quella fornita dai custodi dell’ortodossia finanziaria. Chissà se anche oggi, e anche nei confronti dei bilanci pubblici, non potrebbe rivelarsi maggiormente utile l’austerità verde rispetto a quella tenebrosa, Rifkin rispetto a Torquemada.

Forse un interessante suggerimento si può rintracciare in chiusura di quelle (al solito) magistrali righe che qualche anno fa Berselli dedicava a quell’altra austerità: “Eppure, ciò che poteva apparire come una misura quaresimale ebbe una conseguenza imprevedibile. Nei giorni di festa le città si trasformarono in un festival della mobilità precaria. Una società che doveva essere intristita dagli scenari neri, a cui avevano spento il sole dell’avvenire, depressa per l’incertezza del futuro, cominciò a sciamare per le strade svuotate dalle macchine, usando qualsiasi attrezzo o mezzo di locomozione ‘alternativo’. Una folla di biciclette, tandem, risciò, pattini, monopattini, carrozzelle, nonché cavalli e altri animali, invase la scena urbana e occupò gli schermi televisivi, con un formidabile effetto euforizzante. Secondo una valutazione pessimistica, gli italiani avevano trasformato una tragedia in un picnic; per i meno maldisposti verso il carattere italiano, la cupezza dell’inverno del 1973 era stata illuminata dalla fantasia nazionale”.

Com’era verde la mia austerity…e com’è nera questa…

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2 pensieri su “Com’era verde la mia austerity

  1. La risposta di allora era rinunciare tutti quanti a qualcosa per avere tutti quanti un futuro. La risposta di oggi è licenziare qualcuno per permettere a qualcun altro di continuare a fare cose inaccettabili. E non avere alfine alcun futuro.

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