Le parole sono importanti? (spariamo subito un bel titolo originale)

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Le parole sono importanti, sostiene Moretti (non il super-mega-manager-galattico ma il regista). Le parole sono gli attori protagonisti del senso, sosterrei io (uno, nessuno e…uno, nessuno). Ok parliamone, esaminando un esempio (non esattamente a caso…). La definizione più utilizzata sui media (e non solo) per descrivere la neonata lista Tsipras suona più o meno così: “quattro intellettuali di sinistra folgorati dal leader greco”. Provo ad azzardare un’analisi di questa definizione. Il segno complessivo del messaggio è immediatamente e volutamente dispregiativo, no? Eppure, se si prova a scomporla, rivela informazioni interessanti, tanto su chi la utilizza quanto sull’oggetto diretto della definizione.

Partiamo dal primo elemento, “quattro”. A prima vista apparentemente innocuo, un banalissimo numero, in realtà si tratta di un numero che serve ad attribuire da subito un segno negativo alla frase. Nel linguaggio comune, il 4 viene utilizzato prevalentemente in senso riduttivo: quattro gatti = un gruppetto sparuto (in politichese si direbbe minoritario); quattro chiacchiere = non una conversazione particolarmente interessante e stimolante; quattro salti (in discoteca) = non esattamente una performance di danza; ecc.

Il secondo elemento, “intellettuali”, è a mio parere il più significativo di tutti. Sfogliando un dizionario si troverebbe, più o meno, questa definizione: che attiene all’intelletto, inteso come complesso delle capacità mentali, quindi al pensiero, allo studio, alla conoscenza ecc. Ecco, in Italia, questo concetto è utilizzato in senso estremamente dispregiativo, spesso dagli stessi soggetti che poi si riempiono la bocca con parole come “innovazione”, “cambiamento”, “merito”. Non posso fare altro che desumere che questi individui abbiano in mente un tipo di innovazione, di cambiamento o di merito che facciano assolutamente a meno delle capacità mentali, senza intelletto. E ci stupiamo che i “cervelli” fuggano all’estero? A me sembra, piuttosto, che sia proprio questa la causa efficiente dell’incancrenimento (incretinimento) del paese.

Terzo elemento: “di sinistra”. E questo necessiterebbe di una trattazione che comunque non riuscirebbe mai ad esaurire l’argomento. Me lo risparmio e mi concentro su un singolo aspetto, formale. La sinistra è una categoria ideologica, utilizzata in tempi in cui si continua entusiasticamente a celebrare la morte delle ideologie serve esclusivamente a connotare una posizione politica come arcaica. Di solito seguono gli inviti ad “uscire dal novecento”, che più concretamente intendono esortare a “espellere il novecento” da noi stessi. Mi chiedo come sia possibile e, soprattutto, come possa essere considerato utile separare l’essere dalla storia. Un’altra considerazione, però, la merita la celebrazione della morte delle ideologie, e quindi rimetto mano al dizionario. Ideologia: complesso di valori, di idee e di finalità che costituiscono la ragione d’essere e il programma di un movimento politico, di un partito ecc. In altre parole, senza ideologia la politica è assimilabile alla mera amministrazione, alla ragioneria, alla banale (v. Hannah Arendt) partita doppia…la parola “tecnocrazia” vi dice nulla?

Nella seconda parte della definizione ci si imbatte in un elemento, “folgorati”, che fa esplicito riferimento all’episodio della conversione di San Paolo raccontata nel nuovo testamento. Ma come, un episodio biblico riferito a dei comunisti??? Ecco, appunto, serve a rendere manifesta una sensazione di contraddizione che si intende attribuire a questa operazione politica (a meno che non si voglia intendere come auspicio: che Dio li fulmini!).

E poi c’è l’ultimo elemento: un “leader greco”. Tradotto: cercano di rimediare alla totale inconsistenza della sinistra-rigorosamente-accompagnata-da-un-aggettivo-a-scelta in Italia, aggrappandosi ad un presunto messia estero. Dunque, l’inconsistenza elettorale della sinistra-rigorosamente-accompagnata-da-un-aggettivo-a-scelta in Italia mi sembra un dato incontestabile, resta da capire se questa corrisponde ad una scomparsa delle sue istanze nella società o (semplicemente e drammaticamente) ad un problema di rappresentanza. E su questo, forse, l’esperimento Tsipras potrebbe fornirci, in un senso o nell’altro, qualche indizio.

Ma il vero problema è su quel “greco”. Intanto, mi sfugge come si possa considerare scandaloso riconoscersi nelle idee di un politico estero, per chi si riconosce (in tutto o in parte) nelle idee di un filosofo tedesco dell’ottocento. Posso capire, poi, come l’attributo estero possa essere utilizzato in senso dispregiativo da parte di chi si riconosce in istanze nazionaliste, mi sembra coerente. Ma che questo argomento venga utilizzato da chi afferma di auspicare più Europa sembra del tutto assurdo. In realtà, però, non è affatto assurdo, perché rende esplicito il concetto di Europa cui si fa riferimento: un’Europa come non-luogo in cui pesare il potere dei singoli governi, in opposizione alla visione di un luogo reale fatto di persone, cittadini, che scelgono democraticamente di darsi un governo (e non soltanto una moneta o una banca) comune.

Sapete che vi dico? Come sostenevo all’inizio, io considero le parole gli attori protagonisti del senso e penso che in quella definizione della lista Tsipras le parole offrano una performance assolutamente convincente…e infatti mi hanno convinto: voterò la lista Tsipras.

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